venerdì 10 luglio 2009

De Coniuratione Catilinae [3]

Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur. Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere: primum quod facta dictis exequenda sunt; dein quia plerique quae delicta reprehenderis malevolentia et invidia dicta putant, ubi de magna virtute atque gloria bonorum memores, quae sibi quisque facilia factu putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit. Sed ego adulescentulus initio, sicuti plerique, studio ad rem publicam latus sum, iique mihi multa adversa fuere. Nam pro pudore, pro abstinentia, pro virtute audacia largitio avaritia vigebant. Quae tametsi animus aspernabatur insolens malarum artium, tamen inter tanta vitia inbecilla aetas ambitione corrupta tenebatur; ac me, cum ab relicuorum malis moribus dissentirem, nihilo minus honoris cupido eadem quae ceteros fama atque invidia vexabat.
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Ma nel vasto campo delle occupazioni umane la natura mostra a chi una strada a chi un'altra. E' nobile operare nel bene dello Stato, ma non è assurdo neanche scriverne in modo adeguato.
O in pace o in guerra è lecito divenire famoso: e coloro che lo fecero e coloro che scrissero i fatti degli altri, in molti furono lodati. E a me tuttavia, sebbene la gloria di chi scrive i fatti e di chi li compie non sia assolutamente uguale, sembra per lo meno molto difficile scrivere le gesta: in primo luogo perché con le parole bisogna eguagliare i fatti; poi perché la gran parte crede che siano dette per malevolenza e per invidia quelle cose che abbia mosso a misfatti; qualora poi tu rievochi la grande virtù e la gloria di uomini eccezionali, ciascuna con anima equa apprende quelle cose che crede che siano facili a farsi da parte sua, e ritiene false come se fossero state inventate le cose al di sopra.
Ma io nel principio, da adolescente, così come la gran parte, fui trascinato dalla passione per lo Stato, e allora ebbi molte delusioni. Infatti al posto del rispetto, del disinteresse e del merito, vigevano la sfrontatezza, l'avidità e la corruzione.
Il mio animo, non abituato ai maneggi disonesti, rifiutava queste cose, tuttavia fra tanti vizi, la mia tenera età si lasciava corrompere dell'ambizione; e per nulla di meno la stessa brama di onore che con la maldicenza e l'invidia devastava gli altri devastava anche me, benché dissentissi dalle cattive abitudini degli altri.
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Il De Catilinae coniuratione (La congiura di Catilina), scritta dallo storico latino Gaio Sallustio Crispo (86 - 34 a.C.), narra la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina nel 63 a.C., nel tentativo, rivelatosi poi fallimentare e costatogli la vita, di instaurare una dittatura a Roma .

mercoledì 8 luglio 2009

De Coniuratione Catilinae [2]

Igitur initio reges--nam in terris nomen imperi id primum fuit--diversi pars ingenium, alii corpus exercebant: etiam tum vita hominum sine cupiditate agitabatur; sua cuique satis placebant. Postea vero quam in Asia Cyrus, in Graecia Lacedaemonii et Athenienses coepere urbis atque nationes subigere, libidinem dominandi causam belli habere, maximam gloriam in maximo imperio putare, tum demum periculo atque negotiis compertum est in bello plurimum ingenium posse. Quod si regum atque imperatorum animi virtus in pace ita ut in bello valeret, aequabilius atque constantius sese res humanae haberent, neque aliud alio ferri neque mutari ac misceri omnia cerneres. Nam imperium facile iis artibus retinetur, quibus initio partum est. Verum ubi pro labore desidia, pro continentia et aequitate libido atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus immutatur. Ita imperium semper ad optimum quemque a minus bono transfertur. Quae homines arant navigant aedificant, virtuti omnia parent. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam sicuti peregrinantes transigere; quibus profecto contra naturam corpus voluptati, anima oneri fuit. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestimo, quoniam de utraque siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere atque frui anima videtur, qui aliquo negotio intentus praeclari facinoris aut artis bonae famam quaerit. Sed in magna copia rerum aliud alii natura iter ostendit.

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Dunque all'inizio i re - poiché sulla terra questa fu la prima denominazione del potere - secondo inclinazioni diverse esercitavano alcuni l'ingegno, altri la forza fisica; allora la vita degli uomini trascorreva senza cupidigia; ad ognuno era bastante il suo.
Però poi, quando Ciro in Asia, gli Spartani e gli ateniesi in Grecia, iniziarono a sottomettere le cittò e i popoli, a credere che la più grande gloria stesse nel più grande potere, allora in ultima analisi alla prova dei fatti si riconobbe che in guerra la supremazia spetta all'ingegno.
Che se la forza d'animo dei re e dei comandanti valesse in pace come in guerra, gli avvenimenti degli uomini si conterrebbero con più equilibrio e con più costanza, non vedresti mutare e rimescolarsi tutte le cose.
Poiché il potere facilmente si conserva con le doti dell'animo che lo generarono all'inizio. Ma quando l'inerzia si diffonde in luogo dell'efficienza, la sfrenatezza e l'orgoglio in luogo dell'equità e della continenza, allora la fortuna cambia insieme con i costumi. Così il potere si trasferisce sempre dal meno capace al migliore.
L'agricoltura, la navigazione, l'arte edilizia obbediscono all'ingegno. Ma molti mortali, schiavi del ventre e del sonno, trascorrono la vita da ignoranti e da incolti, simili e viandanti. Ad essi senza dubbio contro natura il corpo è piacere, l'animo è un peso. Vita e morte di costoro io ritengo alla pari, poiché si tace dell'una e dell'altra. Mentre certamente, infine, mi sembra vivere e godere della vita quello che, intento a qualche attività, cerca la gloria di un'illustre impresa e di una nobile occupazione.
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Il De Catilinae coniuratione (La congiura di Catilina), scritta dallo storico latino Gaio Sallustio Crispo (86 - 34 a.C.), narra la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina nel 63 a.C., nel tentativo, rivelatosi poi fallimentare e costatogli la vita, di instaurare una dittatura a Roma .

martedì 7 luglio 2009

De Coniuratione Catilinae

Omnes homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa qua fruimur brevis est, memoriam nostri quam maxime longam efficere. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur. Sed diu magnum inter mortalis certamen fuit, vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet. Nam et prius quam incipias consulto, et ubi consulueris mature facto opus est. Ita utrumque per se indigens alterum alterius auxilio eget.
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Si addice a tutti gli uomini che vogliono essere superiori agli altri animali impegnarsi col massimo sforzo per non trascorrere una vita nel silenzio così come le bestie che la natura ha plasmato chine e schiave del proprio ventre. Ma tutta la nostra forza è situata nell'animo e nel corpo; dell'anima usiamo l'attitudine al comando, del corpo piuttosto quella all'obbedienza; una ci rende simile agli dei, l'altra alle bestie. E perciò mi sembra più giusto ricercare la gloria con le risorse spirituali più che con le forze fisiche, poiché la stessa vita della quale godiamo è breve, rendere più lunga possibile la nostra memoria. Infatti la gloria delle ricchezze e della bellezza è effimera e fragile, mentre la virtù e posseduta illustre ed eterna. Ma ci fu una grande disputa fra gli uomini se l'attività tragga maggior vantaggio dalla forza fisica o dalle doti dello spirito. Infatti prima di iniziare bisogna riflettere e, dopo aver riflettuto, bisogna agire rapidamente. Così l'uno e l'altro fattore, di per sé insufficienti, hanno bisogno l'uno dell'aiuto dell'altro.

lunedì 6 luglio 2009

Gioventù d'oggi

La decenza è una rarità tra i giovani d'oggi. Solo in pochissimi sono consapevoli di essere soggetti all'anziano o comunque all'autorità altrui!
Statim sapiunt, statim sciunt omnia, neminem veretur, imitantur neminem atque ipsi sibi exempla sunt.
(sono sempre giudiziosi, sanno sempre tutto, non rispettano nessuno, non imitano nessuno e sono esempio a se stessi).

Plinio, Epistulae VIII, 23 sg

mercoledì 1 luglio 2009

La luna sul Colosseo – Notti Flavie

Dal 19 giugno fino al 30 settembre la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma propone l’apertura straordinaria di aree finora chiuse del Foro, visite guidate notturne alla mostra “Divus Vespasianus”, che si sviluppa tra Colosseo e Fori, spettacoli serali ad ingresso gratuito nelle quattro sedi del Museo Nazionale Romano: Palazzo Altemps, Palazzo Massimo alle Terme, Terme di Diocleziano, Crypta Balbi.
Grazie a “La luna sul Colosseo – Notti Flavie” sarà possibile visitare il Colosseo e la mostra Divus Vespasianus in orario notturno, godendo della splendida atmosfera ricca di fascino e suggestione che solo l'antico monumento può ispirare.
Sarà possibile godere della vista dell'arena completamente illuminata e, sullo sfondo, lontane, le luci della città. Il percorso della visita comprenderà anche la mostra Divus Vespasianus, dedicata alla famiglia dei Flavi che del Colosseo furono i costruttori.
A partire dalle ore 20.45 fino alle ore 23.00 sarà possibile accedere al monumento e alla mostra partecipando ai gruppi delle visite guidate che si svolgeranno per garantire a tutti la migliore fuizione degli spazi del Colosseo e della mostra in esso ospitata.


Notizie utili
La prenotazione è obbligatoria.
Informazioni e prenotazioni: +39.06.39967700
Costi:
INTERO: € 15,00
RIDOTTO: € 12,
GRATUITO: bambini inferiori ai 6 anni
Orari:
Le visite guidate partiranno secondo il seguente orario (i partecipanti sono invitati a presentarsi al cancello 15 minuti prima dell'inizio della visita):
ore 20.45
ore 21.00
ore 21.15
ore 21.30 (in inglese)
ore 21.45
ore 22.00
ore 22.15
ore 22.30 (in inglese)
ore 22.45
ore 23.00
La manifestazione avrà luogo nei seguenti giorni:
martedì 23, giovedì 25 e martedì 30 giugno;
giovedì 2, martedì 7, giovedì 9, martedì 14, giovedì 16, martedì 21, giovedì 23, martedì 28 e giovedì 30 luglio;
martedì 1, giovedì 3, martedì 8, giovedì 10, martedì 15, giovedì 17, martedì 22, giovedì 24 e martedì 29 settembre

martedì 30 giugno 2009

Il guerriero di Roma. Fuoco a Oriente

La mia dolce metà, Giuliana, mentre gironzolava in una libreria ha trovato sugli scaffali il libro "Il guerriero di Roma. Fuoco a oriente" scritto da Harry Sidebottom. Nonostante fosse consapevole che i libri che mi regala sono vereamente orrendi (scusa amore ma è la verità) e nonostante la traduzione del nome dell'autore "lato posteriore" (per non essere volgari) non si è tratttenuta dal comprarmelo.
Il romanzo è ambientato nel 255 d.C. quando il dominio dell'Impero romano è minacciato ai confini orientali dai Sassanidi. Il protagonista (Balista) è inviato nell'isolata e sperduta città di Arete per difendere l'avamposto romano dall'invasione barbara.

Da solo, il guerriero più abile dell'Impero è chiamato a organizzare la resistenza e a confrontarsi con il nemico più duro e violento che abbia mai incontrato.

Riportata così sembra affascinante ma la realtà è molto diversa.

L'autore riesce ad essere di una noia stupefacente per le prime 200 pagine (su 377) dove racconta il viaggio del protagonista e del suo seguito presso Arete e la preparazione delle difese.

Per chi dovesse, per strani motivi, riuscire nell'ardua missione di superare questo scoglio la seconda parte diventa più interessante grazie all'incalzare della battaglia che Sidebottom (tenendo fede al nome) racconta in modo reale.


Il costo del libro è di 9,90 euro: basso ma è preferibile risparmiare evitando nel modo più assoluto l'acquisto.

sabato 27 giugno 2009

Clemenza e severità

Rieccoci dopo due settimane di meritate (!!) ferie trascorse con i miei due bimbi a Maiori. Durante le vacanze sono riuscito anche a leggere i giornali e sono rimasto colpito dalla prova scritta di maturità del liceo classico: fantastici i versi di Cicerone.

Clemenza e severità
Nec vero audiendi qui graviter inimicis irascendum putabunt idque magnanimi et fortis viri esse censebunt; nihil enim laudabilius, nihil magno et praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda etiam est facilitas et altitudo animi quae dicitur, ne si irascamur aut intempestive accedentibus aut impudenter rogantibus in morositatem inutilem et odiosam incidamus. Et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhibeatur reipublicae causa severitas, sine qua administrari civitas non potest. Omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet, neque ad eius qui punitur aliquem aut verbis castigat sed ad reipublicae utilitatem referri. Cavendum est etiam e maior poena quam culpa sit, et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem.
Prohibenda autem maxime est ira puniendo; numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis, et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in rebus repudianda est, optandumque ut ii qui praesunt reipublicae legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia sed aequitate ducuntur.

Cicerone
Soluzione della versione

Non bisogna dare ascolto a coloro i quali credono che dobbiamo adirarci fieramente coi nostri nemici e anzi vedono appunto nell'adirarsi il carattere distintivo dell'uomo magnanimo e forte: no la virtù più bella la virtù più degna di un uomo grande e nobile è la mitezza e la clemenza. Negli Stati liberi ove regna l'eguaglianza del diritto bisogna anche dare prova di una certa arrendevolezza e di quella che è solita chiamarsi padronanza di sé per non incorrere nella taccia di inutile e odiosa scontrosità se ci accada di adirarci con importuni visitatori o con sfrontati sollecitatori. E tuttavia la mite e mansueta clemenza merita lode solo a patto che per il bene superiore dello Stato si adoperi anche la severità senza la quale nessun governo è possibile. Ogni punizione e ogni rimprovero però devono essere privi di offesa e mirare non alla soddisfazione di colui che punisce o rimprovera ma solo al vantaggio dello Stato.
Bisogna anche badare che la pena non sia maggiore della colpa e non avvenga che per le medesime ragioni alcuni siano duramente colpiti altri neppure richiamati al dovere. Soprattutto è da evitare la collera nell'atto stesso del punire: chi si accinge al castigo in preda alla collera non terrà mai quella giusta via di mezzo che corre fra il troppo e il poco via che piace tanto ai Peripatetici e piace a ragione solo che poi non dovrebbero lodare l'ira dicendo che essa è un utile dono della natura. No l'ira è da tenere lontana in tutte le cose e bisogna far voti che i reggitori dello Stato assomiglino alle leggi le quali sono spinte a punire non per impeto d'ira ma per dovere di giustizia.
NB: traccia e soluzioni pubblicate dal sito LaStampa.it

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